Partecipazione sociale o social networking? Dall’aggregazione collettiva alla connessione collettiva.

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Il rapporto annuale del 2001 dell’Istat (istituto nazionale di statistica) nel suo quarto capitolo sul “Comportamenti di consumo, cultura e partecipazione sociale” descriveva, precorrendo i tempi, i new media come coloro che << stimolano anche un processo di progressiva personalizzazione della fruizione culturale, nel cui ambito gli individui articolano i propri “palinsesti” su contenuti specifici, in luoghi e tempi nuovi e diversificati, e in una combinazione di canali usati. È ormai chiaro che anche Internet si caratterizza per un approccio non generalista che si concretizza in un uso fortemente mi rato e individualizzato sui propri bisogni.>> intuendo il ruolo predominante delle nuove tecnologie nella fruizione mediatica di ognuno di noi.
Neanche 10 anni fà, infatti, era  già evidente l’impatto che le ICT (Information and Communication Technology) potevano avere oltre che  sulla fruizione, lo scambio e la creazione delle conoscenze, anche nelle dinamiche di interazione sociale. Ma queste erano analisi antecedenti allo sviluppo dei social media, anche se all’orizzonte si cominciavano a intravedere le terre del web 2.0 a cui la società stava approdando.

Sembra passato un secolo da quel 2001, che aveva già visto venire alla luce i primi social network, come per esempio il sito web Six Degrees il cui nome derivava dall’idea che tra ognuno di noi esistano sei gradi di separazione, ma questo non durò più di un paio di anni.
I tempi non erano maturi, o meglio il popolo della rete era sospettoso nei confronti di questi nuovi strumenti social, e questa è una tipica reazione alle novità del web.
Ma successivamente vennero create delle piattaforme di condivisione come Myspace (condivisione musica per gruppi emergenti e famosi), Badoo (dating online: ovvero una piattaforma per conoscere e incontrare nuove persone) e Linkedin (basato sul “concept” di rete professionale). Questi nuovi portali prepararono il terreno adatto all’attecchimento del social network più seguito, ovvero Facebook.

Nato un pò per caso, e con scopi diversi da quelli per cui poi è stato impiegato ha avuto bisogno della fiducia degli internauti prima di essere adottato.

Tweeter, invece, si è imposto con una modalità diversa d’ utilizzo, ovvero quella del microblogging, dove si seguono delle utenze per interesse o tematiche e dove non vi è un rapporto 1:1 tra gli utenti.

E quest’ultimo social network ci dà l’esempio di quello che Mirko Pallera nel suo ottimo testo “Create” definisce “il nuovo ’68″, quello che nasce dalla rivoluzione digitale delle interazioni umane, la rottura con il continuum passato dell’egemonia mediatica, dell’oligopolio politico e culturale dettato dai gruppi editoriali strettamente connessi ai potenti.

Il nuovo ’68 è quello che vede gli oppressi da un regime, ribellarsi di fronte allo sdegno dell’uccisione di una giovane ragazza, autorganizzarsi, lanciando nell’etere tweet. Cinguettii che contribuiscono a cambiare l’andamento storico politico di una nazione come l’Iran, che sicuramente non fanno la rivoluzione nella strada, ma contribuiscono ad organizzarla.
L’aggregazione collettiva non avviene più tramite il movimento sociale dei partiti, o i giornaletti universitari.
Siamo calati  in quella che oramai viene definita “realtà aumentata” fatta di tag, mappe, device, googling e social networking.
Camminiamo con in tasca strumenti potentissimi; potenti solo a pensarle le loro funzionalità, solo a pensarle neanche 10 anni fà!
Ovvero quando l’Istat presagiva un nuovo modello di consumo delle informazioni.

Stiamo traslando verso una nuova forma di partecipazione sociale che si sposta dall’aggregazione collettiva alla connessione collettiva, in cui non serve più essere presenti in luogo per “esserci e partecipare“.